LA CITTÀ NEI TRATTATI DEL RINASCIMENTO
Marco Romano
Spiegherò qui come sia sostenibile che nel suo trattato Alberti non metta in campo alcuna
nuova "città rinascimentale" - nel complesso o nelle parti - e non faccia invece che codificare
la città contemporanea, non essendo del resto in grado di immaginare una città diversa né
traendola da Vitruvio né dalla sua fantasia.
Come e dove parla Alberti della città, delle strade e delle piazze? nella nota edizione de Il
polifilo, 1966, in alcuni paragrafi che qui trascrivo.
pag. 536 Riuscirà pure d'insigne ornamento per la città il distribuire le diverse botteghe degli
artigiani in diverse zone e quartieri appositi: in prossimità del foro i
banchieri, i decoratori, gli orefici; più in là le spezierie, le sartorie e in genere
gli esercizi giudicati più rispettabili; in zone periferiche si apparteranno
infine quelli sporchi o puzzolenti, specialmente le fetidissime concerie, da
relegarsi in zona rivolta a nord, perché da quella parte il vento di rado spira
verso la città, e quando lo fa è così robusto da spazzar via i cattivi odori
anziché portarveli dentro. Probabilmente qualcuno vorrebbe che i paraggi
delle abitazioni dei maggiorenti fossero del tutto scevri dal contatto impuro
con la plebaglia. Altri preferirebbe che tutti i quartieri cittadini fosser
provvisti senza eccezioni di tutto quanto possa essere di utilità a chicchessia;
pertanto non sdegnerebbe che alle case degli ottimati si frammischiassero
rivendite e altrettali botteghe. Altri sono gli argomenti che si fondano sulla
convenienza pratica, altri quelli che concernono il decoro.
pag.302 Il criterio da usarsi nel situare le porte deve tener conto del numero delle strade militari.
Vi sono strade militari e strade non militari. Sono strade militari quelle che
permettono di passare attraverso le province con l'esercito e le relative
salmerie. Quindi tali strade devono essere più ampie di quelle non militari.
Ho notato in proposito che gli antichi non le facevano mai meno larghe di
otto braccia. Le Dodici Tavole dispongono che le strade siano larghe dodici
piedi nei tratti in linea retta e sedici piedi nelle curve. Non militari sono
quelle che, dipartendosi dalle militari, conducono a qualche agglomerato di
case o verso una città. Tali sono i sentieri per il bestiame in mezzo ai campi,
e le viuzze cittadine. V'è poi un genere di strade che hanno le caratteristiche
della piazza; come quelle riservate ad usi speciali, sopratutto pubblici: così le
strade che portano a un tempio, allo stadio, a una basilica.
Le strade militari non devono essere costruite nello stesso modo attraverso i
campi e attraverso le città.
Quando si giunge a una città, se questa è famosa e potente esigerà strade
diritte e molto ampie, confacenti al suo decoro e alla sua dignità. Se invece è
una colonia o una semplice piazzaforte, le vie d'ingresso più sicure non sono
quelle che conducono diritto alla porta, bensì quelle che svoltano a destra o a
sinistra lungo le mura, meglio ancora se passando sotto la merlatura; e
all'interno della città non dovran passare in linea retta ma piegare con ampie
curve, come anse di un fiume, più volte da una parte e dall'altra. Ciò perché,
in primo luogo, apparendo più lunga la strada, si avrà l'impressione che la
città sia più grande; inoltre perché il fatto è di grande giovamento sia alla
bellezza, sia alla pratica convenienza, sia alla necessità di determinati
momenti. E' infatti cosa di non poco conto che chi vi cammini venga
scoprendo a mano a mano, quasi ad ogni passo, nuove prospettive di edifici;
che l'ingresso e la facciata d'ogni abitazione si affaccino direttamente sulla
strada; e che la stessa ampiezza sia qui giovevole, mentre altrove un
eccessivo allargamento riesce spiacevole e malsano.
Questa differenza tra la città capitale e le altre città meriterebbe un qualche commento,
perché il contado di Siena, nell’affresco del Buongoverno, appare sì un possesso dei senesi
ma nella vita quotidiana integrato alla città, mentre Sforzinda si erge sul proprio territorio
quasi per contrasto, e dal suo centro un fascio di strade appunto larghe e diritte suggerisce,
come nel Panopticon di Bentham, il dominio del territorio, il passaggio degli eserciti.
Scrive Tacito che, quando Nerone allargò le vie di Roma, la città divenne più
calda e perciò stesso meno salubre. In altre città l'aria è più cruda dove le vie
sono più strette; ciò non avviene a Roma, dove anche in inverno le vie sono
illuminate permanentemente dal sole.
Inoltre la strada a curve sarà sempre ombreggiata, anche d'estate; e da'altra
parte non vi sarà casa ove non giunga la luce del giorno. Mai vi mancheranno
le brezze, le quali, da qualunque parte vengano, troveranno sempre un
passaggio diretto e agevole. Né vi sarà pericolo di venti nocivi, che
verrebbero subito respinti dai muri frapposti. Infine, se vi penetrasse il
nemico, si troverebbe in gravi difficoltà, potendo essere colpito di fronte, di
fianco e da tergo.
Con ciò sulle vie militari faremo punto. La altre strade si faranno a
somiglianza delle precedenti, se si eccettua il fatto che, costruendole in linea
retta, meglio si adatteranno alle angolazioni dei muri e alle parti degli edifici.
Mi risulta tuttavia che agli antichi pareva bene costruire all'interno della città
alcune strade assai tortuose e altre prive di sbocco, dove il nemico una volta
entrato si trovi incerto ed esitante, o se trova il coraggio di proseguire, ben
presto sia condotto in pericolo mortale.
Sarà bene che vi siano anche vie più strette, non però troppo prolungate,
bensì tali da esaurirsi alla prima trasversale che incontrano, e aventi lo scopo
non tanto di passaggi pubblici aperti al traffico, ma piuttosto di dar modo di
raggiungere una casa situata di fronte. Ciò contribuirà a migliorare
l'illuminazione delle case, e impedirà al nemico di scorrere a suo piacimento
la città.
pag 540 Consiglierei inoltre di delimitare all'interno del pomerio e dinanzi alle mura, a scopo di culto, una strada ampia da consacrare alla libertà dello stato; in essa
nessuno potrà impunemente scavare fossati, né inalzare muri, né piantare
recinti, e neppure alberi.
pag. 330 Nella città vanno distribuite grandi piazze: in tempo di pace serviranno per i mercati
o per gli esercizi fisici dei giovani; in tempo di guerra vi si ammucchieranno
le riserve di legna e di foraggio, e altri materiali utili a sostenere gli assedi.
pag.. 712 Il trivio e il foro si distinguono soltanto per la diversa ampiezza; difatti il trivio non è che un foro di piccole dimensioni. E certo costituirà un ornamento, sia nei
trivi che in un foro, la presenza di un elegante porticato, sotto il quale gli
anziani possano passeggiare, sedersi, fare la siesta o sbrigare reciproche
incombenze. In tal modo inoltre la presenza dei vecchi indurrà quei giovani
che si diano a giuochi e gare all'aperto, a trattenersi da ogni eccesso o
sconvenienza cui l'esuberanza dell'età li spingerebbe.
Il foro può essere occupato dal mercato della valuta, ovvero dal mercato
delle erbe, ovvero del bestiame, o ancora del legname, e così via. Ognuno di
questi tipi di foro deve avere in città un luogo e degli ornamenti a lui propri.
Ma il più importante di tutti dev'essere quello della valuta.
Ornamento molto importante per fori e trivi costituiscono gli archi che si
pongono all'imboccatura delle strade. L'arco è, infatti, come una porta
sempre aperta.
La posizione più opportuna per costruirvi un arco è il punto ove la via sbocca
in una piazza o in un foro; sopratutto se è la via 'regia', come io chiamo la via
più importante tra quelle quelle cittadine.
pag. 710 Quanto alle strade di città, le adorneranno ottimamente, oltrechè una buona
pavimentazione e una perfetta pulizia, due file di porticati di egual disegno, o
di case tutte di una stessa altezza. Le parti della strada che in modo
particolare richiedono ornamenti sono: il ponte, il trivio, il foro, il luogo per
gli spettacoli. In realtà il foro non è che un trivio più ampio; e il luogo per gli
spettacoli non è altro che un foro circondato di gradinate.
Cominceremo dunque dal ponte, poiché esso costituisce principalmente una
parte della strada.
La suddivisione per mestieri e le prescrizioni di sito delle attività sporche rispecchiano
puntualmente la situazione di fatto della città contemporanea e i vincoli degli statuti
comunali. La gerarchia delle attività professionali e la loro connessione alla gerarchia delle
piazze e delle strade è esattamente quella sullo sfondo delle città (anche se poi la piazza
principale sarà nella realtà sempre piena di piccole botteghe a un piano, spesso provvisorie,
con commerci tutt'altro che nobili). Il dibattito, cui si accenna, sul sito delle case degli
ottimati rispecchia l'avvento in tutta Europa, verso la fine del Trecento, delle strade
monumentali dove si concentrano le case patrizie (e dove l'Alberti medesimo, nel libro sulla
Famiglia, suggerisce di costruire il proprio palazzo)
pag. 234 Eleggere'mi casa in buona vicinanza e in via famosa ove abitassono onestissimi
cittadini, co' quali o potessi senza mio danno farmegli amici, e così la donna
mia dalle donne loro avesse onesta compagni senza alcuno sospetto;
questa concentrazione rispecchia la declinante importanza politica delle clientele raggruppate
intorno al palazzo, una volta fondamento del potere delle consorterie e ora reso insignificante
dall'avvento delle signorie. Le strade tortuose come le anse di un fiume cui va la preferenza
estetica dell'Alberti sono precisamente quelle della città esistente, e la loro larghezza è
appunto quella delle strette viuzze della città reale. A parte il nome di "foro", le piazze
descritte sono precisamente quelle della città contemporanea, come la fitta presenza di trivi -
segnale dell'indifferenza dell'Alberti per i tracciati ortogonali - rispecchia anch'essa la città
esistente e il caso clamoroso, a Bologna, del mercato di porta Ravegnana. Il ponte fa parte del
sistema stradale e potrebbe essere, come di consueto, abitato. L'altezza uniforme delle case
non è mai stata prescritta negli statuti medievali perché era nelle cose: si veda per esempio la
sezione trasversale di San Giovanni Valdarno, dove le case sulla strada principale sono alte
tre piani e quelle sulle due strade secondarie due. L'idea di porticare le strade e le piazze
principali risale al XII secolo, quando quasi dovunque in Europa vennero prescritti portici
davanti alle botteghe (come a Genova o a Berna), portici per forza di cose, in quanto frutto di
prescrizioni, tendenzialmente unificati. L'idea di estenderli dovunque - sopratutto dalle
magistrature di Bologna e di Padova - aveva i suoi avversari, come per esempio a Vicenza
(dove un decreto del 1219 impone di abbattere i portici davanti a un centinaio case) o a
Rimini (dove Sigismondo Malatesta, committente dell'Alberti, li vietò). La strada principale
era già stata denominata - sia detto per inciso - via "regia" per esempio negli statuti di
Perugia. I portici erano strettamente legati, morfologicamente e patrimonialmente - alle case e
alle botteghe - "i tetti o portici su le piazze sono in uso a tutti (racconta Bonvesin della Ripa
di Milano) si chiamano volgarmente 'coperti' e se ne contano fino a sessanta" - sicché si
interrompevano fastidiosamente dove una strada si immetteva sulla strada o sulla piazza
principali, dove nessuno aveva convenienza a costruire né poteva venire obbligato a farlo: ma
a Verona o appunto a Rimini Alberti vide un arco sopra la strada di accesso alla piazza del
mercato e, al solito, registrò l'idea romanizzandolo in "arco trionfale", un arco trionfale
situato per questo - non s'era mai visto in tutta la romanità - all'ingresso di una piazza (nella
stessa Rimini segna l'inizio della via Flaminia). Cinquant'anni dopo venne ripreso a Vigevano
- dove la piazza era stata costruita, al solito, con gli edifici e i portici staccati tra di loro -
chiudendo così le strade di accesso e dandogli una decorazione pittorica rinascimentale, poi
sopratutto nelle piazze maggiori spagnole (anch'esse costruite nel mezzo di una città
esistente), poi a Nancy, a Milano come ingresso della galleria.
L'adesione alla città esistente - sopratutto alla tortuosità delle strade - viene tuttavia motivata
sovente dall'Alberti nei termini stessi del Vitruvio (riparo dai venti pericolosi, accesso alle
brezze rinfrescanti) o correnti nella pubblicistica contemporanea (offerta di ombra), e
sopratutto in quelli razionali delle esigenze belliche, perché i nemici vi resteranno
intrappolati: ma questa pretesa di razionalità è attendibile o non è forse, anch'essa, una
argomentazione retorica messa in campo per giustificare con un argomento in apparenza
incontrovertibile quella che è invece una adesione sentimentale?
In effetti risulta, dalla letteratura comtemporanea, che gli assedi venissero conclusi con
trattative, col tradimento o con l'espugnazione delle mura, ma che in nessuno di questi casi
fosse poi praticabile una significativa resistenza ulteriore strada per strada, tale da rovesciare
le sorti dello scontro: mezzo secolo dopo Pietro Cataneo, nel suo trattato, non ha in proposito
peli sulla lingua:
pag. 203 Muovommi al riso quelli che dicono che si faccino le strade strette, per essere
quelle più commode al combattere, et ancor che i nemici sieno entrati dentro
le mura, si può con meno pericolo difendere il resto, e talvolta ributtarli
fuore. Non si niega che difendendosi non sia più utile combattere per le
strette che per le larghe strade, ma ben dico che mal per quella città o castello
che, non avendo potuto difendere contra il nemico l'entrata delle mura, si
pensi dipoi difendere il resto nel combattere le strade.
L'argomentazione "militare" dell'Alberti è in realtà surrettizia, così come surrettizia sarà in
seguito quella che giustificava le piante stellari con la possibilità di un'estrema difesa da una
batteria centrale di cannoni, possibilità neppure presa in considerazione - anche questa anzi
irrisa - dai trattatisti militari del Cinquecento e del Seicento.
Del resto questa aderenza albertiana ai punti di vista correnti del suo tempo traspare anche da
un altro passo concernente l'estetica della città, dove l'atteggiamento critico è riservato
soltanto a vicende di secoli prima, mentre sulle faccende contemporanee evita ogni giudizio
attribuendolo a una cogente influenza astrale.
pag.698 Non mi pare da ammirare la mania, invalsa circa duecento anni orsono, di costruire
torri dappertutto, anche nei piccoli centri. Pare che in quei tempi non ci fosse
capofamiglia che volesse rinunciare ad avere una torre; donde, selve di torri
che spuntavano per ogni dove. Taluni, a questo proposito, sono dell'opinione
che i cervelli umani mutino per influsso degli astri. Trecento o quattrocento
anni fa, per esempio, vi fu tanto fervore religioso che gli uomini pareva non
avessero altro da fare che costruire chiese. Basti dire che a Roma, anche
oggigiorno, benché sia andata in rovina più della metà degli edifici sacri
esistenti, ne abbiamo contati più di 2500. E del resto, non constatiamo forse
che in tutta Italia ferve quasi una gara di rinnovamento? Grandi città, che da
fanciulli abbiamo conosciuto costruite completamente in legno, or ora sono
divenute marmoree.
Tuttavia balza agli occhi, nella lettura dell'intero De Re Aedificatoria, come non esista più la
piazza principale e non esista più il palazzo municipale: quel che per Bonvesin della Ripa è a
Milano, nel 1288, curia comunis e mirabille palatium e che per Leonardo Bruni a Firenze,
nel 1402, era divenuta, nel solco del primo umanesimo, superbissima arx, è sparito senza
lasciare traccia, indizio forse di una certa condiscendenza politica dell'Alberti all'avvento
delle signorie.
Ma questo appiattimento albertiano sulla città esistente era un atteggiamento inevitabile e
diffuso, oppure dobbiamo considerarlo e giudicarlo un aspetto della sua consueta prudenza?
Come debba essere fatta una bella città lo dichiara nel 1389 Francisco Eiximenis, cui si deva
un trattato di buona amministrazione scritto su incarico del Comune di Valencia.
Le opinioni sulla forma della città sono svariate; su questo argomento
discussero i filosofi greci ed alle loro deduzioni i savi cristiani aggiunsero
altri principi; in sintesi che ogni città per essere bella deve essere quadrata,
poichè questa forma le consente di essere bella e ordinata.
Altri filosofi danno alla città forma rotonda, ponendo al centro la piazza; da
questa partono tante strade quanti sono i portali nel detto cerchio o mura
circolari. Questa forma non renderebbe tuttavia la città altrettanto bella e
piacevole internamente come la renderebbe la forma quadrata. Tutti sono
generalmente d'accordo che le città debbano avere strade belle ed ampie;
riguardo a queste l'uomo non deve guardare alla maggiore forza e difesa,
perché la forza della città deve apparire di fuori nelle mura e nei valli; tutto il
resto deve essere bello e dare diletto.
Alla metà di ogni lato della città si aprirà una porta principale, lontana da
ogni angolo del muro di cinquecento passi, mentre il muro consterà di
quattromila passi; dal portale d'oriente una grande strada deve passare
attraverso l'intera città sino al portale d'occidente, cioè da parte a parte, ed
un'altra conmsimile dal portale principale che grada a mezzogiorno sino
all'altra porta di eguale grandezza che guarda a tramontana.
Stabilirono anche che da ciascuno di questi portali principali, giungendo ai ai
due angoli che gli stanno ai lati, vi msiano due altri portali di minore
importanza, l'uno alla parte destra, l'altro alla sinistra; si è già detto che due
vie iritte devono congiungere il portale d'oriente a quello di ponente e
quest'ultimo a quello di tramintana. Allo stesso modo due vie diritte e belle
devono unire ciascuno dei portali meno importanti ai gemelli portali opposti.
Ne risulta una città formata da quattro quartieri principali, ciascuno dei quali
arricchito da una piazza grande e bella; ogni quartiere sarebbe abitato da un
particolare gruppo di abitanti, deve contare su di un Ordine dei medicanti e
su una parrocchia e deve essere provvisto di macellerie, pescherie, mercati
del grano e di quanto altro necessario.
Gli ospedali dei lebbrosi, i bordelli, le bische debbono stare nella parte
contraria al vento che spira verso la città, perché non vi porti le infezioni
diffuse in quei luoghi, ma anzi le tenga ben lontane e non permetta che la
città sia infettata.
La cattedrale ha la sua sede nel mezzo della città, vicino a una piazza grande
e bella; il palazzo del principe troverà posto su di un lato della città e deve
essere edificato ben alto e solido, addossato al muro e con una uscita ricavata
nello stesso per facilitare l'entrata e l'uscita delle brigate del principe.
La comunità può eleggere il signore che vuole. Se poi vuole il principe o il
governo di qualcuno a tempo determinato non staremo ora a discutere.
Piuttosto ogni comunità per il suo buono stato e per vivere meglio si può
presumere che abbia sanciti patti e convenzioni onorevoli e vantaggiose
prima di tutto per sé e poi per quelli o quello cui dava il potere del suo
governo. La comunità non elegge infatti un governatore per amore del
governatore, ma per amore di se stessa. Ma la comunità ha dato potere
assoluto ad alcuno sopra di sè se non a certi patti o leggi: tutte le signorie del
mondo furono alla loro fondazione basate su patti e leggi municipali. Si può
vedere come i regni e le signorie che sono così governate si sono meglio
confermate nei loro primi fondamenti; esse durano anche più a lungo di
quelle che hanno rotti e negati i patti.
Ecco, anche qui è il mondo contemporaneo a premere sull'universo immaginario di
Eiximenis: nelle sfera politica il palazzo è quello di un principe, diremmo oggi, "costituzionale", ma per essere il trattato scritto tredici anni prima dell'elogio di Firenze steso
dal Bruni con vivissimo orgoglio repubblicano, sembra già una prefigurazione dei nuovi
governi aristocratici che succedono alle libertà comunali, e del resto nella piazza principale -
non ancora cancellata - il palazzo municipale, scomparso, è stato sostituito dalla cattedrale.
Eiximenis affronta il tema - affidato da Alberti alla memoria di Vitruvio - di una città di
fondazione, e sembra di poter cogliere qui il riflesso delle tesi di Alfonso di Castiglia e di
Raymond Llull - che però lascerei sullo sfondo, evocati soltanto per collocare Eiximenis sullo
sfondo dell'elaborazione teorica caratteristica della penisola iberica - cui sono ascrivibili gli
schemi di alcune città nuove del secolo precedente, con una plaza mayor centrale, e di molte
altre fondazioni successive come quella stessa fiorentina di Castelfranco.
Mentre poi le disposizioni sul decentramento ricalcano lo spirito degli statuti comunali
contemporanei - seppure insistendo su attività che Eiximenis, in quanto frate, soltanto lui
considera inquinanti - quelle sulle macellerie, sulle pescherie e sui grani lasciano intravedere
una prospettiva che avrà un lungo futuro, quella del quartiere autosufficiente: mentre infatti
gran parte delle botteghe era diffusa dappertutto, beccherie pescherie e granaio pubblico
erano unici per tutta la città - e per questo collocati spesso accanto alla piazza principale -
sicché suggerire quartieri con una propria piazza, quella conventuale, dove presumibilmente
si trova anche la parrocchia con le beccherie, le pescherie e il granaio codifica la novità di un
quartiere autonomo che Alberti non aveva neppure immaginato.
Sotto il profilo metodologico la nostra argomentazione concerne una domanda che abbiamo
ritenuto legittima - se Alberti non abbia semplicemente registrato lo stato di fatto della città
contemporanea - e che comportava in se stessa il confronto tra due mondi differenti, quello
teorico e quello fattuale, in genere incommensurabili, ma anche così abbiamo dovuto
comunque dar conto dello stato della trattatistica contemporanea sulla città perché il testo
albertiano avrebbe potuto risultare la semplice citazione di un altro testo: ma abbiamo visto
che il solo trattato precedente sulla forma della città, testualmente citato (e per il quale
semmai sì dovremmo porci i problemi di derivazione cui abbiamo appena accennato ma qui
estranei alla nostra ricerca e ininfluenti), non ha rapporto con quello dell'Alberti e non
esistono prove che neppure lo conoscesse.
Qui la nostra ricerca presenta una smagliatura, perché potrebbe ben essere che Alberti
conoscesse i testi di Llull e di Alfonso il Saggio - del quale ultimo esiste appunto un
manoscritto conservato nella biblioteca laurenziana di Firenze - ma, poiché il lavoro
dell'Alberti è da un lato più descrittivo che normativo e dall'altro riflette la realtà di una città
più tarda, sembra possibile escludere una derivazione testuale.
Sappiamo invece che il De Re aedificatoria contiene anche una serie di prescrizioni sul come
scegliere il sito appropriato per costruirvi una nuova città, appunto la trascrizione quasi
testuale di un capitolo del Vitruvio a sua volta trascrizione di un trattato di Ippocrate: qui la
nostra ricerca non entra perché, anche se dovessimo accertare che qualche città nuova fosse
stata in precedenza costruita seguendo queste prescrizioni vitruviane, Alberti - ammesso che
ne fosse venuto a conoscenza - sarebbe stato comunque il portavoce di Vitruvio e non dei
fondatori di tali città.
Del resto, per nostra fortuna, Friedman ha già esplorato a fondo i documenti d'archivio sulla
fondazione delle città nuove fiorentine del Trecento (San Giovanni Valdarno, Castelfranco di
Sopra ecc.) i quali sembrano escludere una ispirazione dal Vitruvio, che resta quindi per
Alberti un puro riferimento letterario.
Il progetto stesso di una città - per sé medesima, se nel sito appropriato, una città ideale -
Alberti non lo vorrebbe tuttavia mettere in campo.
pag. 276 Sarà bene seguire l’esempio di Platone, il quale, alla domanda dove mai si sarebbe
potuta trovare la famosa città ideale da lui teorizzata, rispose: 'Ciò non
m'interessa; importa invece ricercare quale genere di città sia da reputare il
migliore; dopo ciò, sarà da preferire a tutte le altre quella città le cui
caratteristiche meno si discostino da tale modello'. Non diversamente da lui,
noi descriveremo, come modulo esemplare, una città siffatta da venir
giudicata conveniente in ogni parte dagli uomini più dotti; in altro campo ci
adatteremo alle necessità della situazione concreta. E avremo sempre
presente il detto di Socrate: quella soluzione nella quale risulti evidente che
nulla si possa mutare se non in peggio, è da reputare la migliore".
A questo punto il nostro lavoro sembrerebbe concluso se le sue stesse conclusioni non ci
ponessero due nuovi problemi: nella sfera del suo genere letterario quale influenza abbia
esercitato il testo albertiano - considerato da Choay un testo instauratore - sui trattati
successivi e, nel caso che questa filiazione non risulti evidente, se anch'essi rispecchino il
lento modificarsi dello stato di fatto delle città (a sua volta, in questo caso, attribuibile a
motivi endogeni piuttosto che all'influenza teorica dei trattatisti).
La pianta circolare adottata nella Sforzinda filaretiana ha tutto il marchio di una tradizione
consolidata nei secoli immediatamente precedenti piuttosto che segnare l'alba dei tempi nuovi
del rinascimento: non solo era - abbiamo visto - l'alternativa codificata alla pianta quadrata,
ma era anche stata considerata da Bonvesin della Ripa il motivo della perfetta bellezza di
Milano, e ai dibattiti milanesi intorno all'architettura del Duomo tra la fine del Trecento e i
primi del Quattrocento viene fatta comunemente risalire la dimestichezza del Filarete, ben
inserito nella cultura milanese, col metodo progettuale ad quadratum di tradizione gotica,
con il suo principio di assimilare le figure geometriche inscritte nel cerchio alla sua
perfezione (nel caso della Sforzinda i due quadrati ruotati di 90 gradi) così come era di
dominio comune - abbiamo visto - il principio delle strade diritte che portano da tutte le porte
(e non soltanto da quelle connesse alla croce di strade della città quadrata) alla piazza
centrale.
Ma il richiamo al modello radiocentrico - come centocinquant'anni dopo in Giorgio Vasari jr
- non ha un rapporto formale con la piazza centrale, che in Filarete è addirittura costituita da
un gruppo di piazze la cui forma ad quadratum è incompatibile con quella stellare.
Le descrizioni di codeste piazze si trovano nell'edizione del trattato filaretiano de Il Polifilo
(pag. 63 e segg.,pag 165 e segg, pagg 278 e 287), ma la loro complessità ci suggerisce di
rinunciare alla citazione testuale e di ricorrere a parole nostre.
Sulla piazza centrale - come tutte le altre formata da due quadrati - prospettano, sui due lati
brevi, la cattedrale e il palazzo della signoria (distinto dalla rocca, la cui ubicazione è ignota)
e sui due lati lunghi il palazzo del podestà e il palazzo del capitano, dietro ai quali sono
collocate rispettivamente la piazza dei mercanti e la piazza del mercato.
Questa disposizione tenta di razionalizzare e di gerarchizzare la complessità del quadro
politico-amministrativo contemporaneo. I palazzi della signoria non hanno ancora una piazza
tematizzata: a Milano un embrione di piazza davanti al castello sforzesco comparirà soltanto
in uno schizzo leonardesco per la collocazione della statua di Ludovico il Moro; a Bergamo il
palazzo del podestà veneto è stato disposto sulla stessa piazza principale, di fronte al
municipio (la cui facciata originaria, sul fianco della cattedrale, è stata ribaltata) mentre di
fronte alla cittadella militare il capitano tenta di dar forma a un'altra piazza monumentale; a
Brescia la piazza principale era il cortile stesso del palazzo municipale - come del resto a
Verona - e lì s'era installato il podestà, mentre il Comune stava realizzando altrove la nuova
piazza principale con la Loggia e la nuova piazza del mercato; a Verona sulla nuova piazza
della signoria - con il podestà nell'antico palazzo degli Scaligeri - viene costruito anche il
nuovo palazzo municipale. Neppure le cattedrali hanno davanti una piazza tematizzata: a
Venezia l'ampliamento di piazza San Marco con le procuratie non è ancora incominciato, a
Brescia la piazza verrà incominciata qualche decennio dopo e a Milano, sappiamo, dopo la
metà dell'Ottocento.
Da quando è venuta la voga delle processioni tuttavia - una l'ha dipinta Giovanni Bellini
proprio in piazza San Marco - una piazza davanti alla cattedrale (proprio come davanti alle
chiese degli ordini mendicanti) sta prendendo piede, mentre sembra contemporaneamente
perdere d'importanza il palazzo municipale: sicchè Filarete - il cui trattato è originariamente
dedicato a Gian Galeazzo Sforza, committente del suo cantiere immaginario - delinea una
piazza principale con il palazzo della signoria e con la cattedrale, con una formula che mette
in secondo piano, senza tuttavia come l'Alberti pretendendo di ignorarle, le istituzioni
municipali (con le quali del resto aveva dovuto fare i conti, a Milano, tutta la vita).
Una piazza nuova dove collocare ambedue è, questa sì, un'invenzione, perché se qualche
volta la facciata della cattedrale e il palazzo municipale si trovano sulla medesima piazza (a
Cremona, a Ascoli Piceno), solo Ferrara - da tempo immemorabile - sta vis-à-vis del palazzo
della signoria: ma un'invenzione del genere è poi difficile da connettere con il resto della città
così come Filarete la conosce, una difficoltà in qualche modo rispecchiata dalla mancanza del
disegno relativo e, parallelamente, dall'accuratezza con la quale vengono disegnate le due
piazze veramente note della città contemporanea.
La piazza principale - che il nuovo imbarazzo politico induce a ridenominare piazza dei
mercanti - ha al centro il palazzo municipale (o palazzo della ragione), proprio come a
Milano, come a Padova, come a Cracovia e come anni dopo Giulio Romano suggerirà anche
a Vicenza, che la divide in due piazze distinte, con sui lati lunghi i palazzi del podestà, della
arti maggiori e delle arti minori, mentre sui lati corti sono situate la zecca e la prigione.
Il complesso del mercato è costituita da una piazza vera e propria alla quale entriamo su ponti
a cavallo di un canale di scolo che la circonda, tutt'intorno porticata, dove schierate sul lato
lungo stanno la polleria, la caceria, la beccheria, la pescheria e, di fronte, le botteghe degli
altri prodotti alimentari, quelle stesse botteghe che stavano disordinatamente a Milano
davanti al duomo e che un progetto contemporaneo (riprodotto dal disegno del Filarete)
intendeva allora razionalizzare; all'esterno del canale poi stanno su un lato corto il palazzo del
capitano, la piazza e i magazzini del grano, il monte (o usureria), e di fronte i magazzini e la
piazza del vino; su uno dei lati lunghi - l'altro è libero - il bordello con le taverne, i bagni, le
locande.
Restano delineati così, per negativo, anche i lati lunghi della piazza centrale, con i retri dei
palazzi del podestà e del capitano del popolo, delle arti maggiori, dei granai e del monte (e
che potrebbe poi venire completata da una torre altissima, "dalla quale discernere il paese", o
da una fontana): diventa ora più chiaro l'imbarazzo del Filarete nell'aver immaginato una
nuova piazza principale, dominata dalla cattedrale e dal palazzo della signoria ma anche
messa di schiena alla città dei cittadini.
La gerarchia della città è da molto tempo codificata: sulla piazza principale sono disposti il
palazzo della ragione, il palazzo del capitano (come a Vicenza), il palazzo del podestà (come
a Bergamo), la loggia delle biade (come a Padova), i banchieri e i notai (come a Bologna) o
la prigione (come a Padova): quanto al bordello, che a Siena nel Ducecento stava accanto al
Campo, i maggiorenti appunto lo trasferirono perché i giovani avevan troppa vergogna
d'esser visti.
Sforzinda è poi arricchita da otto piazze minori disposte a corona lungo le strade maestre
dalla piazza centrale - la quale poi, asserisce Filarete con qualche distrazione, avrà sei entrate
soltanto - alle porte, tutte con qualche beccheria e tutte circondate dalle botteghe artigiane, le
due a oriente e le due a occidente destinate alle legna e alla paglia, le due a settentrione per
l'olio e altre cose, le due a mezzogiorno per il grano e per il vino (con una distribuzione a
coppie invero singolare); altre otto piazze sulle strade minori che conducono alle torri sono
destinate - come quelle di Eiximenis - agli ordini dei frati predicatori e alle parrocchie: anche
queste rispecchiando l'ordine della città esistente, dov'erano tematizzate come piazze minori
solo quelle di mercato e quelle aperte davanti ai conventi degli ordini mendicanti.
Il quadro è completato dal prato della fiera, che è anche il mercato del bestiame, e dal teatro
antico, per le feste e per le giostre - "benchè oggi non s'usano quelle magnificenze" - come
fosse a Roma piazza navona o il circo massimo (che cosa fosse il teatro non sembra a Filarete
ben chiaro ma si tratta del medesimo stadio o curriculum suggerito dall'Alberti): una piazza
così venne tracciata qualche deennio dopo dal Rossetti a Ferrara.
Anche la larghezza delle strade, di 40 braccia le strade maestre e di 20 o 30 braccia le
secondarie, parecchio più generosa di quella albertiana, corrisponde tuttavia a desideri già sul
tappeto da secoli, alla larghezza delle strade di Manfredonia che appena tracciate tanto
piacevano a Salimbene de Adam.
Sono invece inedite le due chiese minori suggerite nella piazza dei mercanti, da una parte e
dall'altra del palazzo municipale - una delle quali, così, si affaccerebbe sulla piazza centrale -
rinserrate in una corte porticata con una tipologia che richiama le cappelle nei cortili degli
ospedali, in quello stesso di Milano, e una terza, porticata invece essa stessa tutt'intorno,
disposta al centro della piazza dei mercanti, a sua volta porticata. Sotto il profilo figurativo
questa piazza replica la piazza principale di San Giovanni Valdarno, al cui centro troviamo
invece il palazzo municipale, manifestando così l'affermarsi di una visione estetica dove la
sfera astratta delle forme viene privilegiata rispetto alla rappresentazione realistica delle cose:
visione clamorosamente confermata dalla tavola di Urbino - anch'essa ispirata alla piazza di
San Giovanni Valdarno, il cui edificio centrale, circolare potrebbe essere sia un edificio
religioso (come molti allora ben conosciuti) sia un palazzo senatorio (come Giovanni Villani
asseriva fosse stata la curia fiorentina all'epoca romana), in una voluta ambiguità che un'esile
croce disposta sulla cupola non sembra sufficiente a dissipare.
Qui forse intravediamo qualche diversità figurativa rispetto al mondo medievale, in questa
lieve trasfigurazione della piazza di San Giovanni Valdarno che accomunerebbe - sempre che
l'attribuzione della tavola di Urbino suggerita dal Krautheimer fosse accettabile - Leon
Battista Alberti ad Antonio Averlino Filarete.
Ma la Sforzinda presenta una smagliatura parecchio più vistosa, il suo diametro di 6.000
metri molto distante da quello della città di Eiximenis e dalla stessa Milano che non superava
i 2.000: non siamo in grado di spiegare la ragione di un simile gigantismo, ma possiamo
sottolineare come una città con una superficie - e quindi una popolazione - otto o dieci volte
quella di Milano prefiguri una città coincidente quasi con l'intero regno, una città quindi
comprensiva dells sua intera popolazione (in questo senso può essere inteso il disegno che
ritrae la Sforzinda al centro di un territorio vastissimo) della quale Filarete può quindi
prefigurare istituzioni sociali radicalmente innovative - la Scuola, il Penitenziario -
anticipando di mezzo secolo l'Utopia di Tommaso Moro dove le città, ormai lontane da
quella dimensione domestica dove tutti, conoscendosi, erano in grado di partecipare alla
democrazia comunale - hanno anche lì centomila abitanti.
Ma questo è un genere letterario diverso, che solo tangenzialmente può avere qualche punto
in comune con quello del quale siamo venuti occupandoci fin qui; anche se forse non
casualmente Antonfrancesco Doni - che viveva la generazione successiva a Venezia, dove
s'andava spostando dall'ambiente fiorentino e senese l'epicentro del trattatismo architettonico
- con Sebastiano Serlio, con Palladio, con Scamozzi - forse il più convinto seguace italiano
del Moro (del quale fu traduttore) immaginerà il proprio schizzo di città ideale, alla moda
moreana, nei medesimi termini formali a raggiera della Sforzinda filaretiana.
D'ora in avanti, con il riprendere vigore delle signorie e delle monarchie di antica origine
medievale, le città saranno comprese nella loro orbita e la loro autonomia sarà volta per volta
l'esito di quella vivace e faticosa dialettica che ha animato e anima la sfera politica: forse
Alberti e Filarete ci sembrano in questo già innamorati di quei governi autoritari che saranno
per cinquecento anni la croce europea. |